Mimmo Rotella Manifesto – intervista Celant Soldaini

  • Pubblicato da xister Reply Il 28 ottobre 2018 alle ore 9:36 am

Un estratto dell’intervista del Mimmo Rotella Institute a Germano Celant e Antonella Soldaini, realizzata durante la creazione del progetto espositivo ed editoriale Mimmo Rotella Manifesto. L’intervista completa è pubblicata nel catalogo della mostra edito da Silvana Editoriale.

Come nasce e si sviluppa la realizzazione dell’esposizione su Mimmo Rotella alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma?

Germano Celant Innanzitutto l’invito della Direttrice Cristiana Collu a curare una retrospettiva sull’opera dell’artista che fosse comprensiva del suo percorso storico, con la conseguenza di analizzare le condizioni architettoniche e spaziali dell’edificio di Valle Giulia, in cui la mostra doveva calarsi ed essere presentata. Da qui la ricerca immediata di una convergenza e di un’osmosi tra situazione ambientale e l’intento di mostrare un insieme complesso e articolato di lavori, prodotto nell’arco di oltre cinquant’anni, così da costruire un tutto intenso e spettacolare. E siccome la disponibilità architettonica sta nel Salone Centrale, sistematicamente dedicato alle mostre temporanee, la focalizzazione sulle risposte operative e visive, basate sulla dialettica fra le parti – situazione e mostra – si è concentrata sul grande spazio espositivo e sull’idea e sull’ipotesi di presentare l’avventura artistica di Mimmo Rotella a 360 gradi, includendo la massima quantità di contributi linguistici.

L’immagine del Salone Centrale si è tramutata in un enorme ambiente chiuso, ma con le caratteristiche di una “piazza” interna, circondata in continuità da pareti o facciate di edifici. Tale interpretazione urbana ha sollecitato un display che non fosse composto di frammenti di quadri, in singoli territori parietali, stanze e sale, ma si integrasse con la piazza, entrandone a far parte.

 

Mimmo RotellaMimmo Rotella Manifesto, a cura di Germano Celant con Antonella Soldaini
dal 30-10 al 10-02-2019

 

I sei grandi cartelloni che raccolgono nel loro insieme oltre centosessanta opere, con distanze minime tra loro, quali periodi, sequenze cronologiche o contributi linguistici riflettono e documentano?

Antonella Soldaini I lavori presenti nei sei insiemi-manifesto, di cui almeno una trentina mai esposti in precedenza, testimoniano delle differenti tecniche adottate da Mimmo Rotella negli anni. Si tratta di uno spostamento linguistico continuo che dimostra il forte gusto per la sperimentazione tipico della personalità dell’artista.

Davanti al primo insieme-manifesto, composto di quarantasette décollages realizzati tra il 1953 e il 1963, si afferra tutta la potenzialità di questo procedimento. Come sappiamo la loro ideazione prende avvio dalle strade di Roma e dal cartellone pubblicitario.

Nel secondo insieme-manifesto è esposta una fitta sequenza di retro d’affiches, realizzati tra il 1953 e il 1961. Sono opere così chiamate per l’utilizzo del retro dei manifesti strappati. Leggendo molti dei titoli è possibile anche ricostruire i percorsi per le strade di Roma, quasi seguirlo durante le sue uscite notturne in cerca di manifesti.

Nell’insieme-manifesto che segue sono accumulati i riporti fotografici e gli artypos. Se in precedenza si trattava di procacciarsi i manifesti pubblicitari nella città, con gli artypos l’appropriazione avviene direttamente nelle tipografie, dove l’artista preleva i fogli di carta utilizzati per le prove di stampa e poi scartati.

Quando l’artista rientra dal suo soggiorno in Francia, iniziato nel 1964, e si stabilisce nel 1980 a Milano, porta a compimento lavori che si possono definire unici nel loro genere: sono i blanks (o coperture). Costituiti da una serie di poster incollati uno sull’altro, con l’ultimo coperto da una velina di colore omogeneo, i blanks rappresentano un azzeramento dei contenuti in favore di superfici astratte. Sono il “grado zero” (Restany) del suo linguaggio.

Nel penultimo insieme-manifesto sono raccolte le pitture e le sovrapitture, prodotte tra il 1984 e il 1995. Entrambe si connotano per un ritorno al colore con il pennello, utilizzato sia direttamente su tela sia sopra i décollages, a loro volta incollati su supporti metallici, gli stessi usati per le strade urbane come struttura d’appoggio.

Nell’insieme-manifesto che chiude il ciclo sono inclusi i décollages che l’artista produce tra gli anni novanta e duemila. È l’ultima fase del suo percorso, un periodo in cui ritrova la stessa energia e la medesima capacità di stupire degli inizi.

 

Nel gioco dei rimandi, certamente qualcosa rimarrà fuori. È inevitabile. Oltre alle testimonianze cartacee, sia nell’ambito della ricerca di Mimmo Rotella sia fra i documenti, cataloghi e libri, disegni e lettere… quale altra integrazione è stata possibile?

Germano Celant All’esterno del salone-piazza, in una posizione simmetrica, si pongono due piccole piazzette. Sono stanze che hanno permesso di integrare in mostra gli aspetti performativi e gli esempi scultorei di Mimmo Rotella. Ambienti complementari alla piazza principale che propongono filmati dagli anni cinquanta in cui l’artista esegue le sue poesie epistaltiche, che sono eventi gutturali e sonori dove la voce si intreccia ai contributi musicali.

Antonella Soldaini Il mezzo cinematografico ha avuto un ruolo centrale per Mimmo Rotella, sia dal punto di vista creativo sia da quello personale. Qui, per la prima volta, è proposta una sezione molto ampia di film e documentari di cui è protagonista. L’artista si approccia all’audiovisivo dopo il suo ritorno da Kansas City nel 1952. All’epoca la comunicazione pubblica ha superato l’esigenza di trasmettere i cinegiornali di guerra e si apre a servizi nazional-popolari che permettono l’affermarsi dei primi divi del piccolo schermo.

Germano Celant In parallelo si trova la piazzetta con i Replicanti, dieci lavori scultorei realizzati nel 1990, quasi degli autoritratti, installati come una sequenza di personaggi in fila.

Antonella Soldaini I Replicanti hanno un aspetto fra il pop e il surreale. Una interpretazione avvalorata da una serie di fotografie, presenti nelle vetrine, in cui Mimmo Rotella mima i diversi modi con cui le maschere antigas, gli occhiali e le antenne sono posizionati sulle teste di ceramica.

 

Con quale metodo è stata costruita la pubblicazione che accompagna l’esposizione?

Germano Celant Anche in questo caso la prospettiva adottata è duplice. Qualsiasi contributo editoriale su un artista deve rapportarsi alla situazione delle pubblicazioni già esistenti al fine di costituire un arricchimento inedito alla sua bibliografia. Nel caso di Mimmo Rotella, si è pensato di ampliare le letture affidandosi, in occasione di una retrospettiva, a interpretazioni critiche e storiche di diversi studiosi. Così il volume allarga gli approcci e permette un ulteriore approfondimento. Sul piano della relazione con la mostra, la pubblicazione funziona come “viaggio” analitico all’interno degli insiemi-manifesto che sono documentati con sei grandi leporelli. Rispetto all’esposizione le singole opere sono isolate e riprodotte nella loro autonomia, così da permettere al visitatore e al lettore una visione non solo d’insieme, ma anche particolare e specifica.